PROGETTO PER IL DANTEUM A ROMA

Roma, 1938 (non realizzato)

Giuseppe Terragni (con P. Lingeri e M. Sironi)


OPERA

Il Danteum, monumento all'opera di Dante, fu progettato nel 1938 da Terragni e Lingeri, con la collaborazione del pittore e scultore Mario Sironi, nelle celebrazioni del ventennio fascista a Roma. Anche questo progetto fa riferimento alla parentesi romana che vide l'architetto Terragni coinvolto in diversi progetti.
Il Danteum doveva sorgere lungo la via dei Fori Imperiali (sede del precedente concorso per il Palazzo Littorio), ma non venne mai realizzato a causa della sconfitta di Mussolini nella Seconda Guerra Mondiale. Si trattava di un memoriale architettonico in omaggio a Dante, che evocava i luoghi principali della Divina Commedia attraverso grandi spazi che, tramite materiali e leggi architettoniche, dovevano esprimerne il significato; del progetto rimangono solo alcuni disegni, un modello e due relazioni descrittive della sua configurazione che probabilmente, a differenza di altri progetti Terragni, non modificava il Danteum con ulteriori ipotesi di costruzione spaziale (Ciucci, Triennale di Milano, Centro studi G. Terragni, 565; Coppa, 102).
Terragni definisce il progetto un blocco chiuso, un recinto rettangolare diviso al suo interno da una crociera nei suoi assi mediani, "non Museo, non Palazzo, non Teatro, ma Tempio". Solo un terzo della superficie raccoglie delle funzioni, quali il centro studi e la biblioteca posta nel seminterrato (unico locale con porte e finestre), mentre lo spazio rimanente ha un sola ragione: "L'osservatore è condotto dall'architettura a cogliere i rapporti semplici ma dinamici tra gli elementi primari dello spazio architettonico per comprendere le relazioni tra testo poetico e costruzione" (Ciucci, Triennale di Milano, Centro studi G. Terragni, 565; Coppa, 102).
Bruno Zevi, nella sua pubblicazione riporta la descrizione che lo stesso Terragni avanza rispetto all'imponente opera mai realizzata: " 'Tre spazi rettangolari dichiarano in modo netto la partitura del rettangolo... rimane un quarto spazio, escluso: una corte chiusa... e si potrà parlare di un riferimento alla vita di Dante fino al trentacinquesimo anno e quindi «perduta»... così si dirà di tutte le «coincidenze»: ecco infatti la selva delle 100 colonne. Allo schema distributivo planimetrico a croce che determina la partizione in uno (corte aperta) e tre (grandi sale a carattere templare destinate alla rappresentazione delle tre Cantiche) si sovrappone uno schema altimetrico a tre (le tre sale sono situate a tre livelli). Questi due schemi fondamentali sono entrambi intersecati da un terzo schema formato dalla «spina longitudinale» che è a sua volta costituita da tre muri (alternativamente pieni e traforati)...' 'Particolare importanza assume anche la legge e il rapporto stabiliti dai numeri 1 e 3; 1, 3 e 7; 1, 3, 7 e 10...'. Il ricorso alla geometria e al numero serve a non 'cadere nel retorico, nel simbolico, nel convenzionale...(dalla relazione di Giuseppe Terragni sul Danteum pubblicata in Omaggio a Terragni - L'architettura. Cronache e storia, n°153 del 1968)" (Zevi, 156; Novati, Pezzola, 188; Marcianò, 217). Gli ambienti, posti in serie, erano collegati da un percorso elicoidale ascensionale, segnati da un uso plastico della luce, che passa dall'ombra alla luce vitale a simbolizzare il percorso della coscienza dall'abisso infernale alla contemplazione paradisiaca (Coppa, 102).
E anche Fosso e Mantero affermano: "[...] Nel Danteum come già nella tomba Mambretti il modo dei morti è visto come spazio metafisico indicibile, ma poeticamente sperimentabile nell'allegoria dantesca [...] Si tratta di una spazialità plastica internamente percorribile secondo un itinerario che dà senso compiuto alla stessa composizione delle parti" (Fosso, Mantero, 136).
" ‹Il cammin di nostra vita» presuppone un percorso, un viaggio attraverso una serie di spazialità: un viaggio fantastico come in un sogno, tra luce e materia. Ritorna sicuramente il tema del 'Palazzo magico' dove, lungo il percorso, si è continuamente catturati dalla successione delle spazialità. Il percorso si muove a spirale, dal basso verso l'alto e verso l'esterno, mettendo così a tu per tu il Danteum con la Basilica di Massenzio, con il Colosseo, lungo la via dell'Impero, fino a piazza Venezia. Si entra in basso con una certa facilità, nell'inferno, da dove bisogna uscire attraverso la selva oscura, la foresta dalle cento colonne. Si intraprende poi un viaggio ascensionale per arrivare in uno spazio in cui il soffitto è ritagliato da diversi quadrati disposti a spirale, da dove è possibile vedere il cielo: siamo in Purgatorio a 'salire alle stelle'. Si giunge poi, seguendo il perimetro della parete interna del Purgatorio al salone dell'impero, posto sullo stesso livello del Paradiso. Qui cosa ci si poteva aspettare da Terragni e Sironi, se non una restituzione architettonica poetica del Paradiso con le sue trentatré colonne di vetro?" (Novati, Pezzola, 190).
"Lungo questa 'promenade meditativa' il visitatore è restato escluso dall'ambiente esterno di cui ha percepito, attraverso una graduazione di aperture sulle coperture degli ambienti, solo la progressiva irruzione dall'alto della luce e della visione del cielo. Questo motivo luminoso 'in crescendo' è il protagonista dei tre spazi principali che ripropongono la suddivisione tripartita della Commedia e costituisce il loro legame sino dalla selva, in cui tutte le colonne sono indipendenti e coronate da fessure vetrate. La luce è l'unica vera struttura del poema che trova svolgimento nell'architettura del Danteum, ineccepibile come scelta, poiché la stessa progressione luminosa accompagna il viaggio di Dante, la luce è probabilmente l'unica possibilità di sintesi architettonica dell'immenso poema, qui raggiunta con forza e immediatezza inventiva" (Ciucci, Triennale di Milano, Centro studi G. Terragni, 566-567).
Secondo Ciucci, sono tre gli aggettivi che posso descrivere l'opera del Danteum: pieno, vuoto e trasparenza; non si percepisce nessun dialogo o scambio tra interno ed esterno, tutto è introverso, come la possibilità di avere uno spazio silenzioso, fuori da qualsiasi luogo e tempo (Ciucci, Triennale di Milano, Centro studi G. Terragni, 567).

Scritto redatto sulla base di:

  • BAGLIONE, C., SUSANI, E. (a cura di), Pietro Lingeri 1894-1968, con scritti di Avon Annalisa et. al., Milano: Electa, 2004
  • CIUCCI, Giorgio (a cura di), Giuseppe Terragni: opera completa, (con Triennale di Milano, Centro studi G. Terragni, Centro internazionale di studi di architettura Andrea Palladio), Milano: Electa, 1996
  • COPPA, Alessandra, TERRAGNI, Attilio per l'Archivio Terragni; fotografie di ROSSELLI Paolo, Giuseppe Terragni, Pero: 24 ore cultura, 2013 (pubblicato anche in inglese con lo stesso titolo)
  • FOSSO, Mario, MANTERO, Enrico, Giuseppe Terragni 1904-1943, Como: Cesare Nani, 1982
  • MARCIANÒ, Ada Francesca, Giuseppe Terragni opera completa 1925-1943, Roma: Officina, 1987
  • NOVATI, Alberto, PEZZOLA, Aurelio, Il mutevole permanere dell'antico: Giuseppe Terragni e gli architetti del Razionalismo Comasco, con testi di TORRICELLI Angelo et al., cura dei testi e bibliografia MONTORFANO Giancarlo, prefazione di PONTIGGIA Elena, Boves: Araba Fenice, 2012
  • ZEVI, Bruno (a cura di), Giuseppe Terragni, Bologna: Zanichelli, 1980
  • Pietro Lingeri, 1894-1968: la figura e l'opera: atti della Giornata di studio: Triennale di Milano, lunedì 28 novembre 1994, Milano: Arti grafiche G.M.C., 2005     

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